Matteo 5:33–37:
L’integrità nel parlare
Matteo 5:33–37 (NR2006)
Interpretazione corretta di Matteo 5:33–37
Dopo aver insegnato riguardo alla purezza del cuore e alla fedeltà nel matrimonio (Matteo 5:27–32), Gesù continua a mostrare come la giustizia del Regno raggiunga anche le parole. Ora affronta i giuramenti e insegna che i suoi discepoli devono parlare con un’integrità tale da non aver bisogno di rafforzare continuamente le proprie affermazioni mediante formule solenni. Il loro «sì» deve significare sì, e il loro «no», no.
(v. 33)
««Avete anche udito che fu detto agli antichi: “Non giurare il falso; da' al Signore quello che gli hai promesso con giuramento”.»
Gesù riassume diversi comandamenti della Legge relativi ai giuramenti (Levitico 19:12; Numeri 30:2; Deuteronomio 23:21–23).
La Legge condannava il giurare il falso ed esigeva di adempiere ciò che era stato solennemente promesso davanti a Dio.
Gesù parte da questo insegnamento per mostrare ancora una volta che la giustizia del Regno va oltre un’ubbidienza meramente formale.
(vv. 34–36)
«34 Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. 36 Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero.»
Gesù proibisce di usare i giuramenti come mezzo abituale per garantire la veridicità delle proprie parole.
Giurare per il cielo, per la terra, per Gerusalemme o per il proprio capo non permette di collocare certe affermazioni fuori dalla presenza e dall’autorità di Dio. Il cielo è il suo trono, la terra lo sgabello dei suoi piedi e Gerusalemme la città del gran Re.
Neppure il proprio capo è realmente sotto il dominio assoluto di chi giura, perché l’essere umano non può far diventare bianco o nero un solo capello.
Gesù, dunque, smonta ogni tentativo di creare diversi livelli di veridicità a seconda della formula utilizzata. Davanti a Dio, tutte le parole devono essere vere.
(v. 37)
«Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.»
Gesù conduce l’insegnamento al suo principio fondamentale: la parola del discepolo deve essere sufficiente di per sé.
Il suo «sì» deve significare realmente sì e il suo «no», no. Non si deve considerare un’affermazione affidabile solo perché accompagnata da un giuramento, né prendere meno sul serio le parole pronunciate senza di esso.
La necessità di aggiungere formule per far apparire un’affermazione più vera rivela un problema di fondo nel modo di parlare. Gesù esige un’integrità costante, nella quale ogni parola sia pronunciata con sincerità.
L’espressione «viene dal maligno» mostra la serietà con cui Gesù considera tutto ciò che introduce inganno, manipolazione o doppiezza nel linguaggio.
Implicazioni
- La giustizia del Regno raggiunge anche le parole: Dio richiede una veridicità costante, non soltanto nei momenti solenni.
- La parola del discepolo deve essere affidabile di per sé: il «sì» deve essere sì e il «no», no.
- Non esistono ambiti fuori dall’autorità di Dio: il cielo, la terra, Gerusalemme e la stessa vita sono sotto il suo dominio.
- L’integrità non deve dipendere da formule speciali: ogni affermazione deve essere pronunciata con la stessa sincerità.
- L’inganno e la doppiezza sono incompatibili con il Regno: Gesù collega ciò che va oltre una parola integra con il male.
Applicazioni
- Parla sempre con verità: non riservare la sincerità soltanto alle situazioni in cui hai fatto una promessa solenne.
- Fa’ che la tua parola sia affidabile: fa’ in modo che gli altri possano fidarsi del tuo «sì» e del tuo «no».
- Non usare formule per manipolare la fiducia degli altri: lascia che sia la tua integrità a dare peso alle tue parole.
- Sii coerente con ciò che affermi e mantieni ciò che prometti: non trattare le tue stesse parole come se fossero prive di valore.
- Ricorda che parli sempre davanti a Dio: nessuna conversazione è fuori dalla sua conoscenza e autorità.
Riassunto
In Matteo 5:33–37, Gesù insegna che la giustizia del Regno raggiunge anche il modo di parlare. La Legge proibiva di giurare il falso ed esigeva di adempiere i giuramenti fatti al Signore, ma Gesù chiama i suoi discepoli a un’integrità ancora più profonda: le loro parole devono essere vere senza dipendere da formule speciali che le facciano apparire più affidabili. Giurare per il cielo, per la terra, per Gerusalemme o per il proprio capo non colloca alcuna affermazione fuori dall’autorità di Dio. Perciò il discepolo deve parlare con semplicità e verità: che il suo «sì» sia sì e il suo «no», no.
Preghiera
Padre nostro, ti ringraziamo perché tu sei vero e fedele in tutto ciò che dici.
Aiutaci a riflettere questa verità nel nostro modo di parlare, affinché le nostre parole siano sincere, responsabili e degne di fiducia.
Preservaci dall’esagerazione, dalla manipolazione e da ogni forma di inganno. Insegnaci ad adempiere ciò che diciamo e a ricordare che ogni nostra parola è pronunciata davanti a te.
Fa’ che il nostro «sì» sia veramente sì e il nostro «no» sia veramente no, e che il nostro modo di parlare onori sempre Gesù Cristo.
Te lo chiediamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Amen.
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