Giovanni 10:22–42:
Gesù dichiara la sua unità con il Padre e affronta il rifiuto
Giovanni 10:22–42 (NR2006)
Interpretazione corretta di Giovanni 10:22–42
Dopo l'insegnamento sul buon Pastore (Giovanni 10:1–21), il racconto si sposta alla festa della Dedicazione a Gerusalemme. Là alcuni Giudei si fanno attorno a Gesù e gli chiedono di dire apertamente se è il Cristo. Gesù risponde che le sue parole e le sue opere hanno già reso una testimonianza sufficiente riguardo alla sua identità. Poi torna a parlare delle sue pecore, afferma di dare loro la vita eterna e dichiara che nessuno può rapirle dalla sua mano né dalla mano del Padre, culminando con la dichiarazione: «Io e il Padre siamo uno». La reazione è immediata: cercano di lapidarlo perché ritengono che si faccia Dio.
(vv. 22–24)
«22 In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno, 23 e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l'animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».»
Giovanni colloca la scena durante la festa della Dedicazione, celebrata in inverno. Questa festa commemorava la nuova dedicazione del tempio dopo la sua profanazione al tempo di Antioco IV, evento associato alla rivolta dei Maccabei.
Gesù si trova nel tempio, mentre passeggia sotto il portico di Salomone, quando alcuni Giudei gli si fanno attorno e chiedono una risposta diretta:
«Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».
La questione centrale torna a essere la sua identità. Gesù, tuttavia, risponderà mostrando che il problema non è semplicemente la mancanza di prove su chi egli sia.
(vv. 25–26)
«25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me; 26 ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore.»
Gesù risponde:
«Ve l'ho detto, e non lo credete».
Questo non significa necessariamente che avesse già pronunciato davanti a loro la frase esatta «Io sono il Cristo». Le sue parole e le sue opere avevano già rivelato sufficientemente chi egli fosse.
Gesù torna allora su un tema ricorrente:
«le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me».
Come aveva già affermato in Giovanni 5:36, le sue opere testimoniano che il Padre lo ha mandato.
Tuttavia, essi continuano a non credere, e Gesù aggiunge:
«perché non siete delle mie pecore».
Questa affermazione deve essere letta all'interno della figura che Gesù ha appena sviluppato. Le sue pecore ascoltano la sua voce, sono conosciute da lui e lo seguono. Questi ascoltatori, invece, continuano a respingere la sua voce e le opere che testimoniano di lui.
(vv. 27–30)
«27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco, ed esse mi seguono; 28 e io do loro la vita eterna, e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo uno».»
Gesù torna a descrivere le sue pecore mediante tre affermazioni: ascoltano la sua voce, egli le conosce ed esse lo seguono.
Poi dichiara ciò che egli stesso dà loro: «la vita eterna».
Questa vita non è temporanea né dipende semplicemente dalle circostanze presenti. Gesù afferma: «non periranno mai».
E aggiunge una duplice dichiarazione di sicurezza: «nessuno le rapirà dalla mia mano» e «nessuno può rapirle dalla mano del Padre».
L'immagine continua la figura del Pastore. Nessun potere esterno può strappare le pecore dalla protezione del Figlio né da quella del Padre.
Gesù giunge quindi al culmine:
«Io e il Padre siamo uno».
Il contesto immediato mostra una straordinaria unità di potere, azione e protezione: le pecore sono ugualmente al sicuro nella mano del Figlio e nella mano del Padre.
Ma l'affermazione va oltre il semplice dire che entrambi sono d'accordo. La reazione dei suoi ascoltatori nei versetti successivi mostra che compresero che Gesù stava facendo un'affermazione riguardo alla sua relazione unica con Dio.
Allo stesso tempo, «siamo» mantiene la distinzione tra il Padre e il Figlio: Gesù non sta dicendo di essere il Padre. Dichiara un'unità tra i due che il resto del Vangelo continuerà a sviluppare.
(vv. 31–33)
«31 I Giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre; per quale di queste opere mi lapidate?» 33 I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia, e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».»
La reazione è immediata: prendono di nuovo delle pietre per lapidarlo.
Gesù richiama allora l'attenzione sulle molte «buone opere» che ha mostrato loro da parte del Padre e domanda per quale di esse vogliano lapidarlo.
Essi rispondono che il problema non sono le opere: «ma per bestemmia».
E spiegano esattamente come hanno compreso le sue parole: «tu, che sei uomo, ti fai Dio».
La loro interpretazione non dimostra da sola che abbiano compreso perfettamente tutto ciò che Gesù intendeva dire, ma conferma che «Io e il Padre siamo uno» fu intesa come un'affermazione molto più forte di una semplice unità di intenti.
Questo si collega anche a Giovanni 8:58–59, dove un'altra straordinaria dichiarazione sulla sua identità provocò allo stesso modo un tentativo di lapidarlo.
(vv. 34–36)
«34 Gesù rispose loro: «Non sta scritto nella vostra legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? 35 Se chiama dèi coloro ai quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), 36 a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”?»
Gesù cita Salmi 82:6:
«Io ho detto: voi siete dèi».
Qui «la legge» è usata in senso ampio per riferirsi alle Scritture, poiché la citazione proviene dai Salmi e non dai cinque libri di Mosè.
Il punto di Gesù non è insegnare che tutti gli esseri umani siano dèi né equiparare i suoi ascoltatori a Dio.
Il suo argomento parte dal linguaggio stesso della Scrittura: se essa può chiamare «dèi» coloro ai quali è stata rivolta la parola di Dio, non possono dichiarare automaticamente blasfema l'affermazione di colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo semplicemente perché ha detto:
«Sono Figlio di Dio».
Il ragionamento procede dal minore al maggiore. Se la Scrittura può usare quel termine in un senso subordinato all'interno del Salmo, tanto meno possono condannare senz'altro come blasfemo colui che è stato santificato e mandato dal Padre.
E Gesù introduce un'affermazione di enorme importanza:
«la Scrittura non può essere annullata».
Il suo argomento dipende dal prendere sul serio persino il linguaggio preciso della Scrittura. La parola scritta rimane valida: non la si può annullare per sottrarsi alla forza di ciò che afferma.
(vv. 37–38)
«37 Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi; 38 ma se le faccio, anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre».»
Gesù torna ancora una volta alle opere come testimonianza verificabile della sua identità.
La sua affermazione è sorprendentemente aperta:
«Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi».
Ma se le compie, allora i suoi avversari devono confrontarsi seriamente con le prove che hanno davanti: «anche se non credete a me, credete alle opere».
Lo scopo è che arrivino a riconoscere qualcosa di ancora più profondo: «il Padre è in me e io sono nel Padre».
Questa affermazione sviluppa quella precedente:
«Io e il Padre siamo uno».
L'unità tra il Padre e il Figlio non consiste semplicemente nel condividere gli stessi obiettivi. Gesù descrive una relazione reciproca straordinaria: il Padre è in lui ed egli è nel Padre.
Le opere del Figlio rendono visibile proprio questa relazione perché sono le opere del Padre compiute per mezzo di lui.
(v. 39)
«Essi perciò cercavano nuovamente di arrestarlo; ma egli sfuggì loro dalle mani.»
Le sue parole non cambiano l'intenzione dei suoi avversari. Cercano nuovamente di arrestarlo, ma Gesù sfugge loro dalle mani.
Come era già accaduto in precedenza, l'opposizione contro di lui è reale, ma non è ancora giunto il momento in cui sarà consegnato.
(vv. 40–42)
«40 Gesù se ne andò di nuovo oltre il Giordano, dove Giovanni da principio battezzava, e là si trattenne. 41 Molti vennero a lui e dicevano: «Giovanni, è vero, non fece nessun segno miracoloso; ma tutto quello che Giovanni disse di quest'uomo era vero». 42 E là molti credettero in lui.»
Gesù lascia Gerusalemme e torna oltre il Giordano, nel luogo dove Giovanni aveva battezzato da principio.
Questo ritorno ha un forte valore narrativo. Là aveva avuto inizio la testimonianza pubblica di Giovanni riguardo a Gesù, e ora le persone ricordano ciò che Giovanni aveva detto.
Riconoscono una differenza:
Giovanni non fece nessun segno miracoloso, ma tutto quello che disse di Gesù era vero.
Questo conferma lo scopo del ministero di Giovanni fin dall'inizio del Vangelo: rendere testimonianza riguardo a Gesù affinché altri giungessero a credere per mezzo di lui (Giovanni 1:6–8).
Il risultato è proprio questo: «là molti credettero in lui».
La sezione si conclude così con un forte contrasto. A Gerusalemme cercano di lapidare e arrestare Gesù; oltre il Giordano, le persone ricordano la testimonianza di Giovanni, considerano ciò che hanno visto in Gesù e molti credono in lui.
Implicazioni
- Le parole e le opere di Gesù testimoniano della sua identità: l'incredulità dei suoi avversari non deriva semplicemente da una mancanza di prove.
- Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce, sono conosciute da lui e lo seguono: queste caratteristiche continuano a definire la relazione con il buon Pastore.
- Gesù dà vita eterna alle sue pecore: è lui stesso a concedere loro una vita che non si conclude con la perdizione.
- Le pecore sono al sicuro nella mano del Figlio e del Padre: nessun potere esterno può rapirle dalla loro protezione.
- Il Padre e il Figlio possiedono un'unità straordinaria: Gesù dichiara «Io e il Padre siamo uno» e poi afferma «il Padre è in me e io sono nel Padre».
- La Scrittura non può essere annullata: Gesù fonda il suo argomento sull'autorità permanente della parola scritta.
- Una testimonianza fedele può continuare a portare frutto anche in seguito: le parole di Giovanni riguardo a Gesù vengono ricordate e conducono molti a credere.
Applicazioni
- Ascolta e segui Gesù come il buon Pastore: le sue pecore riconoscono la sua voce e lo seguono.
- Riposa nella vita eterna che Cristo dà: la sicurezza delle pecore è nelle mani del Figlio e del Padre.
- Considera seriamente le opere di Gesù: egli stesso le presenta come testimonianza di chi è.
- Accogli la Scrittura con la stessa serietà con cui Gesù la considerò: non può essere annullata né scartata quando mette in discussione le nostre conclusioni.
- Riconosci l'unità unica tra il Padre e il Figlio: accogliere correttamente Gesù richiede di prendere sul serio ciò che egli afferma sulla propria relazione con il Padre.
- Rendi una testimonianza fedele a Cristo: le parole di Giovanni continuarono a indicare Gesù e aiutarono altri a credere.
Riassunto
In Giovanni 10:22–42, alcuni Giudei chiedono a Gesù di dichiarare apertamente se è il Cristo. Gesù risponde che le sue parole e le sue opere hanno già testimoniato della sua identità, ma essi non credono perché non sono delle sue pecore. Poi afferma che le sue pecore ascoltano la sua voce, egli le conosce, esse lo seguono ed egli dà loro la vita eterna; nessuno può rapirle dalla sua mano né da quella del Padre. La dichiarazione culmina con «Io e il Padre siamo uno», provocando un nuovo tentativo di lapidarlo per bestemmia. Gesù risponde richiamando il Salmo 82 e afferma che «la Scrittura non può essere annullata», per poi indicare nuovamente le sue opere come prova che il Padre è in lui ed egli è nel Padre. Dopo un altro tentativo di arrestarlo, Gesù se ne va oltre il Giordano, dove le persone ricordano la testimonianza di Giovanni e riconoscono che tutto ciò che aveva detto di Gesù era vero. Là, in contrasto con il rifiuto a Gerusalemme, molti credono in lui.
Preghiera
Padre nostro, ti ringraziamo perché in Gesù Cristo hai reso una chiara testimonianza riguardo a chi è tuo Figlio mediante le sue parole e le sue opere.
Ti ringraziamo perché egli dà vita eterna alle sue pecore e perché nessuna forza può rapirle dalla sua mano né dalla tua.
Aiutaci ad ascoltare la voce di Cristo, a seguirlo e ad accogliere con umiltà ciò che egli rivela riguardo alla sua unità con te.
Donaci anche un profondo rispetto per la tua parola, riconoscendo che la Scrittura non può essere annullata.
Fa' che la nostra testimonianza riguardo a Gesù sia fedele, affinché anche altri possano riconoscere chi egli è e credere.
Te lo chiediamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Amen.
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